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Wiedeking abbraccia Macht, suo successore al vertice della casa tedesca- Ap/LaPresse
24 luglio 2009

La scalata fallita che è costata il posto al Ceo Wiedeking

dal nostro corrispondente Beda Romano
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Nel 2006 Wendelin Wiedeking pubblicava un best seller sulle tecniche più innovative del management moderno. Si intitolava: Anders ist besser, Diverso è meglio. In Germania è ancora in vendita; ma fino a quando? Mai titolo appare oggi così fuori luogo. Ieri all'alba, Wiedeking è stato estromesso dalla presidenza di Porsche, vittima di una strategia che si è rivelata drammaticamente fallimentare.
Amato e riverito, ma anche spocchioso e arrogante, l'ormai ex presidente della società di automobili sportive non è riuscito a portare a termine il suo sogno. Trasformare Davide in Golia e consentire a Porsche di scalare Volkswagen. L'obiettivo aveva una sua logica: salvaguardare gli accordi di collaborazione tra le due case automobilistiche e rimanere indipendente. La realtà però ha preso il soppravvento sulla finzione, l'industria sulla finanza.

Come molti imprenditori tedeschi, da Elisabeth Schaeffler ad Adolf Merckle, anche Wiedeking è una vittima illustre della crisi finanziaria. Pensava di potere prendere il controllo di una società quindici volte più grande di Porsche a colpi di derivati e opzioni. Ma il manager ha perso il controllo di strumenti troppo sofisticati, complice la tempesta sui mercati, proprio mentre la recessione frenava le vendite di Suv e di macchine sportive in giro per il mondo.
Gli azionisti di Porsche ieri mattina ne hanno annunciato il siluramento. E forse non poteva andare altrimenti; ma come non ricordare che dopotutto Wiedeking è riuscito in 16 anni a risollevare una società che nel 1992 produceva le lontane e sbiadite copie delle auto amate da James Dean. Durante la sua presidenza il valore di Borsa di Porsche è salito da 350 milioni di euro a 17 miliardi di euro, la produzione è balzata da 20mila a 98mila auto all'anno.

L'ex enfant prodige dell'automobilismo tedesco è un ingegnere di 58 anni: il viso rotondeggiante, i baffi a filo di labbra, gli occhiali senza montatura, Wiedeking è uno che non le manda a dire. In pochi anni rivolta Porsche come un calzino, licenziando un terzo del personale, tagliando il numero dei dirigenti del 38%, riducendo i livelli del management da sei a quattro. Dagli Stati Uniti importa gli obiettivi di produttività; dal Giappone il just-in-time.
«Ero l'esotico della mia classe – racconta nel suo libro, pubblicato mentre era ai vertici del successo –. Il professore era di sinistra. I miei compagni pure, e tutti avevano i capelli lunghi. Io avevo deciso: volevo guadagnare molti soldi». E in effetti di soldi ne ha guadagnati molti: è stato per alcuni anni il più pagato dei managers tedeschi. Oltre 70 milioni di euro nel solo 2007, secondo la rivista Manager Magazin.
«Pensare nuovo: questo è il nostro motto», spiega un giorno ai dipendenti di Porsche, omaggiati ogni anno da bonus generosi. E aggiunge: «Non temo nulla. Mai». Nel 2005, forte del suo successo, compie il passo più lungo della gamba: scalare Volkswagen. Con il consenso degli azionisti di Porsche, la sua partecipazione nel gruppo automobilistico di Wolfsburg sale rapidamente: 10% nel 2005, 30% nel 2007, 50% nel 2008.

Diverso è meglio, spiega Wiedeking: definisce «arcaica» la norma che dal 1960 permette alla Bassa Sassonia di avere un potere di veto in Volkswagen; critica il sindacato di Vw, perché troppo «conservatore»; e avverte che al momento della fusione non ci saranno «vacche sacre». Il clima tra le due aziende si incrina, anche per via di una Legge Volkswagen che certo non aiuta la società di Stoccarda a prendere pieno possesso del gruppo di Wolfsburg. La crisi farà il resto.
Ieri lasciando la scena ha ricevuto gli applausi del personale di Porsche sotto la pioggia scrosciante di una Stoccarda quasi autunnale. Nonostante il debito che lascia in carico all'azienda (oltre 10 miliardi di euro) e malgrado i gravi errori di valutazione, Wiedeking è stato un manager carismatico e visionario. Troppo visionario. Torna alla mente la massima di Paul Valéry: «Ciò che è semplice è falso. Ciò che non lo è, è inutilizzabile».

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