Quando ieri mattina Sergio Marchionne ha detto che «non si può immaginare una Fiat senza forti radici in Italia», a Palazzo Chigi l'ala dei sindacalisti ha tirato un sospiro di sollievo. Il confronto che i rappresentanti dei lavoratori invocavano da molti mesi si è risolto in un progetto a lavorare insieme in cui però ogni sigla ha avanzato rivendicazioni e preoccupazioni. E dentro l'insieme questa volta sembra esserci anche la Cgil di Guglielmo Epifani che ha fatto una grande apertura di credito al gruppo dirigente della Fiat. Alla fine questo sembra l'unico modo per garantire l'occupazione e suona anche come l'accettazione dell'invito di Marchionne «a evitare azioni di conflitto immotivate».
Impassibile, il leader della Fiom Gianni Rinaldini ha detto che «il piano industriale presentato dall'azienda non è accettabile». Dal governo sono necessarie risposte «sul blocco dei licenziamenti, gli ammortizzatori sociali e l'innovazione». Rinaldini ha voluto ribadire che «in Italia è improponibile un ridimensionamento dell'auto. In Francia si producono 2.600.000 vetture, in Inghilterra 1.700.000, in Germania quasi 6 milioni, mentre in Italia nel 2007, quando non c'era la crisi, 900mila. Non si può ridurre ulteriormente». Così la partita Termini per la Fiom non è affatto conclusa, anzi, «il confronto proseguirà a partire dai contratti di programma regionali, Sicilia innanzitutto».
Già perché la Sicilia adesso è la regione su cui sono puntati i riflettori del sindacato. E così Epifani si è detto disponibile a cooperare a patto però che «l'azienda faccia i passi giusti». Ciò che preoccupa il leader della Cgil è il sud e Termini Imerese perché «non possiamo immaginare che ci siano stabilimenti che chiudono». Adesso che il confronto è ripartito, però, bisogna fare di tutto «per rendere costruttivo il lavoro che dobbiamo fare in queste settimane. Non possiamo mettere in conto di depotenziare gli stabilimenti del Sud, in particolare di Napoli e Palermo, perché sarebbe un fatto negativo per il paese», dice il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. Per il numero uno della Uil, Luigi Angeletti, visto che in Italia si produce un terzo delle auto che si vendono, «servono forme di incentivazione compatibili con le regole europee, ma dirette all'azienda» mentre per il segretario generale dell'Ugl, Renata Polverini, «l'azienda deve continuare a garantire produzione e occupazione nel nostro paese, in particolare nel Mezzogiorno.
Nel piano presentato ieri, Marchionne si è sbilanciato fino al 2011 e questo ha fatto dire al segretario della Fiom torinese, Giorgio Airaudo, che «il grande assente al tavolo è stato il futuro dell'auto italiana: nessuno discute del prodotto». Per Mirafiori Marchionne ha confermato la vecchia produzione ad eccezione della Mito e dell'inserimento della versione MultiAir. «Un po' poco», secondo Airaudo che ricorda «il minimo storico delle 140mila vetture raggiunto dallo stabilimento. Bisogna discutere quale auto può fare incrementare la produzione e rafforzare l'Italia nella grande Fiat che si sta costruendo fuori. Serve innovazione».